Capitolo Secondo — Il Mare la Magia e il...
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Capitolo Secondo — Il Mare la Magia e il...
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Capitolo Secondo — Il Mare la Magia e il Sangue
Tra le isole nascoste del Mare, dove il vento porta canti che pochi uomini comuni hanno udito, è facile imbattersi in creature e individui nati e plasmati dalla magia, dall'oscurità, dalle leggende, dall'acqua e dal tempo.
Spesso si incontrano donne e uomini con mani palmate, branchie sottili sul collo o dietro le orecchie, capaci di respirare e sopravvivere sott'acqua più a lungo di quanto un normale possa anche solo immaginare.
Sono mutanti del mare — generazioni millenarie di esseri che, nel corso dei secoli, hanno adattato la loro struttura e le loro capacità.
La gente delle Isole Nascoste li chiama Marini.
Ma i veri Marini… quelli nati dal grembo dell'oceano, prima ancora che esistessero i continenti… non si vedono più.
O almeno, fino al giorno in cui Yahon, Heos e Luvar approdarono.
Erano venuti per cacciare un mostro: un mutatore di pelle, ladro e assassino, fuggito dalle prigioni della loro città.
La loro ricerca li condusse sull'isola di Nydra, terra di pirati, streghe e marinai senza patria.
Il porto di Nydra era un mostro che respirava fumo, sale e fetore.
Ogni banchina ribolliva di suoni, odori e voci, un mosaico di razze intrecciate al ruggito dei motori.
Tra le acque putride e dense d'olio galleggiava di tutto: motoscafi moderni arrugginiti, vecchi vascelli pirata d'acciaio e legno, piccole navi da guerra dagli scafi corrosi, sloop armati a vela e a motore dai design più disparati.
Bande di motociclisti marini tagliavano le onde con le loro moto d'acqua, ridendo e urlando mentre diffondevano musica metal e punk a tutto volume.
Orchesse e orchi con giacche di pelle borchiate, goblin con occhiali da sole e creste fluorescenti, streghe e stregoni tatuati fino alle tempie: un manipolo di rinnegati in corsa perenne verso l'autodistruzione sulle loro JetSki.
Ogni tanto una di quelle moto sfrecciava troppo vicino al molo, e un'onda nera di carburante e schiuma si abbatteva sui passanti, accolta tra insulti o risate.
Sulle banchine regnava un caos ordinario:
pirati barbuti e piratesse sguaiate, mercenari che contrattavano il prezzo di casse sigillate con rune d'origine ignota;
trafficanti e spacciatori urlavano offerte di armi magiche, amuleti, sostanze e pozioni;
mezz'elfi e mutanti cercavano un ingaggio o un passaggio per isole lontane;
puttane e gigolò ammiccavano a ogni passante con sorrisi lucidi e profumi eccessivi.
Ragazzi troppo giovani per essere lì si azzuffavano tra una folla di ubriaconi che li incitava tra risate e rutti, finché un vecchio cane randagio non li inseguiva abbaiando.
Gli odori si mescolavano: pesce marcio, fritto di strada, carburante, alghe, incenso, sudore e magia.
Un fumo verdastro saliva dalle griglie dove stregoni-cucinieri arrostivano carne di mostro marino.
Quando lo sloop dei Marini attraccò, il rumore della folla più vicina calò come un respiro trattenuto.
Lo scafo, d'un azzurro profondo con riflessi iridescenti, sembrava vivo.
Il motore non ruggiva: pulsava, come un cuore.
La sua forma ricordava una conchiglia colossale, scavata e modellata con precisione quasi divina.
Era un capolavoro di ingegneria subacquea: uno sloop lungo una dozzina di metri, dal profilo affilato e silenzioso, costruito con leghe metalliche estratte dai fondali più profondi e rinforzate da minerali luminescenti capaci di resistere alla pressione oceanica.
Le superfici lisce e bluastre, prive di rivetti o saldature visibili, riflettevano la luce come specchi liquidi.
Il motore, compatto e silenzioso, utilizzava energia solare o un carburante proveniente dalle fosse abissali, noto come idrolite.
Questo combustibile, inodore e quasi trasparente, produceva una spinta formidabile e un suono sordo, simile a un battito sommerso.
Instabile fuori dall'acqua, poteva essere maneggiato in sicurezza solo dai Marini.
Sotto lo scafo, piccole alette direzionali permettevano allo sloop di immergersi per lunghi tratti.
I comandi erano precisi, quasi chirurgici: Yahon poteva manovrarlo con una sola mano, e l'imbarcazione reagiva ai movimenti del suo corpo.
Quando si avvicinarono al porto, la nave si spense con un sibilo metallico.
L'acqua ribollì appena, poi tornò calma.
Il mare li accompagnò in silenzio fino alla riva, mentre i motori degli altri scafi tossivano fumo nero e irrespirabile.
Dalle scalette discesero Yahon, Heos e Luvar.
La pelle, di un blu profondo screziato da venature argentee, sembrava vibrare alla luce tremolante della taverna. Sul corpo, tatuaggi antichi raccontavano guerre passate e amori dimenticati, mentre gli occhi, di un verde intenso, emanavano bagliori che ricordavano correnti sottomarine e abissi senza fondo.
Indossavano armature d'acciaio corallino, lucenti e irregolari, forgiate nelle profondità più oscure dove persino sott'acqua era possibile accendere fuochi. Sulle spalle portavano pellicce dai lunghi peli spessi e lucidi, e tra le mani stringevano tridenti imponenti, cesellati con intarsi di madreperla.
Uno dei tre era più alto, un altro più massiccio e il terzo, visibilmente più giovane, portava ancora negli occhi una luce impetuosa. Tutti, però, avevano il corpo segnato da cicatrici antiche come il mare stesso. I capelli intrecciati con conchiglie e frammenti d'osso cadevano sulle barbe folte e scure.
Il più robusto, oltre al tridente, portava al fianco una spada larga corrosa dal sale ma affilata come un dente di squalo; sul dorso, un arpione pesante e consunto, ancora perfettamente letale.
Il più giovane, invece, aveva la pelle più chiara, tendente al turchese, e sul volto si intravedevano leggere scaglie luccicanti. Alla cintura portava una coppia di lame curve che scintillavano come la superficie del mare al sole.
Insieme formavano una visione quasi sacra: guerrieri degli abissi, forgiati dal mare e intrisi della sua forza.
Ogni passo che muovevano lasciava dietro di sé una sottile scia d'umidità, come se l'oceano stesso li seguisse ovunque andassero.
Si mossero con passi ritmati, fermi, come battiti di tamburo nel frastuono del porto.
La folla si aprì spontaneamente, senza bisogno di ordini.
Gli sguardi di tutti li seguirono: curiosi, sorpresi, qualcuno intimorito.
Un goblin dal naso adunco sputò in mare e mormorò:
> — Che tornino da dove vengono, i figli del mare.
Una prostituta luccicante d'oro e argento falsi, sottobraccio a un ragazzo, si avvicinò.
I profumi dolciastri dei due tagliavano l'odore di salsedine.
Sulle labbra di lei un rossetto color rame, e il viso di entrambi troppo truccato.
Si succhiò il pollice prima di sfiorare il braccio di Yahon, sussurrando:
> — Bei pesciolini… quanto siete disposti a offrirci per farci vedere come si nuota dalle vostre parti?
Lui non li degnò di uno sguardo.
Continuò a camminare, la schiena dritta, la mascella tesa.
Solo quando la donna rise e il ragazzo li apostrofò ad alta voce con nomignoli imbarazzanti, Luvar mormorò a voce bassa:
> — Che razza di fogna è questo posto…
Heos rispose con calma, lo sguardo fisso davanti:
> — Cosa ti aspettavi, Luvar? Le Isole Nascoste sono il covo della peggiore feccia: senza vergogna, senza dignità, senza morale, senza leggi.
Un gruppo di contrabbandieri li fissava da lontano, confabulando.
Uno di loro, con più coraggio degli altri, gridò:
> — Ehi, pesci blu! Siete qui per comprare?
Yahon si fermò.
Girò lentamente il capo verso di lui.
Non disse nulla.
Ma bastò quello sguardo — freddo, profondo, inumano — a zittire l'intero gruppo.
Una risata sguaiata ruppe la tensione e la folla tornò a muoversi, anche se molti occhi rimasero su di loro.
> — Comandante, quanto dovremo restare in questo nido di melma? — chiese Luvar.
— Il tempo necessario — rispose Yahon piano. — E neppure un'onda di più.
I tre proseguirono verso una taverna senza insegna, il punto più rumoroso e infame del porto.
Entrarono, ordinarono qualcosa da bere — senza alcuna intenzione di consumare — e si sedettero.
Non passò molto tempo prima che nella taverna irrompesse come una tempesta la ciurma della Dolce Vita.
Gli stivali e gli anfibi risuonarono sul pavimento appiccicoso, mentre l'aria, già impregnata di rum, fumo e sudore, parve farsi più densa.
Una ventata di caos, volgarità, armi e arroganza.
Era un miscuglio di disadattati e criminali: orchi armati e tatuati fino alle zanne, goblin dagli occhi rossi come tizzoni e denti limati a punta, coperti di piercing, innesti sottocutanei ed esplosivi.
La strada era aperta da un minotauro con ganci da macellaio attorcigliati ai polsi, un orecchio maciullato e cicatrici profonde su tutto il corpo.
Portava due bandoliere colme di cartucce e granate, un AK-47 appoggiato alla spalla e, alla cintura, due mitragliatrici semiautomatiche.
Due troll enormi, armati di mazze chiodate e bazooka, ridevano come bambini, spingendo via chiunque intralciasse il loro cammino — e pochi osavano non farsi da parte, intimoriti tanto dalle armi quanto dal fetore che emanavano.
Facevano parte della ciurma anche mutanti provenienti da isole lontane: esseri con branchie sottili dietro le orecchie o sul collo, la pelle chiazzata di squame verdi e corpi adattati all'acqua salata e al buio delle profondità.
Abilissimi con ogni tipo di lama e nella pesca subacquea.
Scintille di magia si accendevano e morivano tra le dita di una mezza dozzina di streghe e stregoni mercenari che chiudevano la colonna.
Tutti armati fino ai denti, tutti pirati, tutti canaglie: una ciurma di manigoldi fedeli solo al denaro, alla bottiglia e devoti alla magia nera, e all'oscuro Capitano della Dolce Vita.
Arkea, il primo ufficiale, portava su di sé il marchio delle streghe pirata: una bellezza che non concedeva tregua.
I capelli, neri-bluastri con ciocche argentate, disordinati come alghe trascinate dalla corrente, incorniciavano un viso dallo sguardo folle e imprevedibile. Gli occhi, scuri come l'oscurità tra le onde, erano carichi di una furia omicida.
Sensuale, carismatica e palesemente pericolosa, non chiedeva il permesso per essere guardata.
Non molto alta, possedeva un corpo pieno e formoso, con curve che sfidavano il giubbotto di pelle e il cinturone carico d'armi. Le spalle larghe e i fianchi generosi le donavano un'aria da guerriera antica, capace d'incantare con un sorriso e, un attimo dopo, spezzare le ossa con una mazza.
Ogni suo movimento aveva la grazia di chi domina lo spazio che occupa — e il corpo stesso sembrava parte della sua autorità.
Indossava un chiodo di pelle nera rinforzato da placche metalliche incise con rune, sopra una canottiera aderente, pantaloni militari scuri e anfibi borchiati alti. Le forme si intuivano sotto la stoffa tesa, ma nulla di lei appariva goffo: era affascinante, magnetica, sicura, e al tempo stesso terrificante e feroce.
Ti attirava e ti metteva in guardia nello stesso istante.
Le rotondità non la appesantivano; al contrario, quando si muoveva, appariva agile, fluida, provocante e letale.
Al collo portava un ciondolo con una conchiglia e un frammento d'osso intrecciato. Alla cintura pendevano una spada dal manico d'osso, un pugnale d'argento e due revolver finemente decorati. Sulla schiena, a tracolla, un fucile d'assalto dalle linee eleganti e vissute, inciso con simboli che raccontavano decenni di battaglie e di morti. In mano stringeva una bacchetta magica corta e consunta.
Si muoveva con l'aria di chi sa di essere osservata — e se ne compiaceva.
Un sorriso obliquo le piegò le labbra quando il suo sguardo si posò sui tre Marini.
La taverna senza nome era un inferno di demoni, rumore, disordine, armi e magia oscura, dove risse e scontri a fuoco erano all'ordine del giorno.
Eppure, quando Arkea varcò la soglia con la sua ciurma, qualcuno lasciò cadere il bicchiere, altri si voltarono di scatto e più d'uno — in silenzio — abbandonò il locale.
> «Mi avevano detto che in questo buco c'erano dei veri Marini, ma non volevo crederci,» disse con tono beffardo e seducente.
«Non immaginavo che i miei occhi stanchi potessero ancora meravigliarsi.»
Le parole rimbalzarono tra i tavoli.
Heos e Luvar si scambiarono un'occhiata secca, mentre Yahon restò immobile, senza degnarla di uno sguardo.
> «Dicono che i figli del mare combattono come le onde: quando arrivano, distruggono tutto.»
Si avvicinò al loro tavolo, facendo cenno alla ciurma di restare ferma.
> «Allora è vero?» chiese, ed estrasse la spada.
Yahon, in un lampo, afferrò il tridente e si lanciò su di lei.
L'acciaio cantò nell'aria: le lame si scontrarono in una pioggia di scintille.
Il combattimento incendiò la taverna.
Colpi rapidi, movimenti leggeri, tavoli rovesciati, bicchieri in frantumi.
In un attimo furono vicinissimi, i volti a pochi centimetri, il respiro caldo che si mescolava.
In quell'istante Yahon sentì qualcosa — un impulso, una forza che nulla aveva a che vedere con l'odio o la sfida.
Un'attrazione violenta, primordiale.
La riconobbe… e la respinse con rabbia.
Con uno strappo spinse via la strega, e il tridente tornò a brillare tra le sue mani.
Arkea sorrise appena, come se avesse letto nel suo cuore.
La lotta proseguì finché lui la bloccò al muro, la punta del tridente sulla gola.
> «Non voglio ucciderti, strega,» disse senza guardarla, mentre il petto di lei si sollevava freneticamente.
> «Ho fatto questo solo per ottenere attenzione da tutti voi.»
Si rivolse all'intera taverna.
Nonostante la ciurma fosse pronta a scattare, Yahon parlò con la calma di chi non teme nessuno.
Arkea lo osservava, sorridendo, senza interromperlo.
> «Mi chiamo Yahon. Stiamo cercando un mutatore di pelle: a volte uomo, a volte un immenso alligatore. È un ladro e un assassino, fuggito dalle nostre prigioni. Offriamo una ricompensa a chi ci darà informazioni valide su di lui.»
Arkea rise forte.
Il suo corpo si dissolse in veli neri che si attorcigliarono come fumo.
Un istante dopo riapparve dietro Yahon, la lama contro la sua gola.
Dalla penombra, la voce sibilò:
> «Credevi di potermi umiliare, figlio del mare? Qui siamo tutti ladri e assassini.»
Heos fu velocissimo e puntò il tridente verso di lei.
> «Strega, lascia il nostro comandante!»
L'intera ciurma della Dolce Vita puntò le armi sui tre Marini contemporaneamente.
Avvertendo il potere del tridente su di sé, Arkea esitò.
Se Heos avesse affondato, si sarebbe spezzata per sempre.
Sciolse l'incantesimo e tornò intera davanti a loro, il respiro ancora rapido.
> «Stavamo solo scherzando, ragazzi. Posate le armi,» intimò ai suoi compagni.
Yahon la fissò, poi abbassò l'arma e, con un cenno, fece abbassare anche quella di Heos.
> «Scusami, donna,» disse. «Il mio comportamento non è stato onorevole. Mi sono preso gioco di te, e non avrei dovuto.
La legge dei Marini è chiara: chi ci sfida ottiene la morte o il silenzio. Io invece ti ho mancato di rispetto. Cosa posso fare per chiudere questa questione?»
Arkea lo scrutò a lungo, poi rise — una risata piena e sincera.
> «Vuoi chiudere la questione? Allora offri da bere alla mia ciurma. E non risparmiare sul rum.»
Yahon annuì, prese un sacchetto pieno di pepite d'oro dal fianco e lo lanciò all'oste, che come tutti i presenti osservava la scena in silenzio.
> «Bastano?»
Il vecchio pirata aprì il sacchetto e i suoi occhi si illuminarono.
> «Altroché! Il nostro amico offre da bere a tutta la taverna!»
Un boato di risate e applausi esplose nella sala.
Arkea si voltò verso Yahon, sorridendo.
> «Vedi che in fondo mi trovi interessante, Marino?»
Lui le voltò le spalle.
> «C'è un'altra cosa che potresti fare per me…»
Luvar intervenne subito, la voce profonda come una marea che sale:
> «Il patto è sigillato, strega. Il pagamento è stato versato. Nessun altro favore può essere chiesto, né dato. È la legge del mare.»
Arkea rise di nuovo, sollevando il bicchiere che le era stato portato.
«Peccato,» sussurrò. «Avevo quasi voglia di sentire cosa avevi in mente.»
E bevve.
La taverna era tornata a esplodere di canti e rumore, ma tra le ombre dei boccali e le luci tremolanti, gli sguardi della strega e del comandante Marino continuarono a incrociarsi furtivamente.Arkea tornò al tavolo della Dolce Vita con passo lento ma deciso. Si lasciò cadere sulla sedia, il bicchiere ancora mezzo pieno in mano.
La ciurma la osservava in silenzio — alcuni con ammirazione, altri con un sottile disprezzo che serpeggiava come veleno.
Una delle mutanti, dalla pelle verdastra e lucida, con branchie lungo le spalle e occhi gialli come quelli di un barracuda, sputò di lato e parlò con voce roca:
«Perché non li abbiamo fatti a pezzi, capitano? Tre pesci contro tutta la Dolce Vita... bastava un tuo cenno e li avremmo scorticati vivi. Le loro armi, la loro nave... potevano essere nostre.»
Arkea sollevò lo sguardo, calma.
«Non qui.»
«Come non qui?» la interruppe la mutante, un ghigno pieno di denti acuminati. «Hai perso il gusto del sangue? O ti sei fatta ammaliare da quel comandante blu?»
Un mormorio si sollevò attorno al tavolo.
Arkea si sporse leggermente in avanti, i gomiti sul legno appiccicoso.
«Hai dimenticato chi comanda, Vyrsha?» chiese piano.
Vyrsha rise, mostrando le zanne.
«Ti sei fatta incantare da quel Marino, Comandante?» l ultima parola pronunciata con sarcasmo e ironia.
Un lampo d'argento — la lama di Arkea — le tagliò la pelle sotto il mento.
Un solo, preciso movimento.
Vyrsha rimase immobile un istante, lo sguardo sbigottito. Poi una sottile linea rossa le si aprì sulla gola.
Arkea bevve un sorso di rum, senza distogliere gli occhi da lei.
«Il mio cuore è tenero quanto il filo della mia lama.»
Vyrsha crollò di lato, mentre il sangue scorreva tra le assi del pavimento.
Nessuno fiatò.
Solo il rumore dei bicchieri che tintinnavano nelle mani tremanti dei presenti.
Arkea posò il bicchiere, si asciugò il mento con il dorso della mano e disse, con voce ferma:
«Qualcun altro ha obiezioni sulle mie decisioni?»
Dall'ombra alle spalle di Arkea emerse Dorian Deval Capitano della Dolce Vita.
La sua pelle, pallida come cera illuminata da una fiamma, rifletteva le luci tremolanti della taverna. Gli zigomi affilati e le labbra vermiglie disegnavano un volto terrificante, innaturale.
Gli occhi, rossi come vino antico.
Ogni suo movimento emanava eleganza crudeltà e desiderio.
Indossava una tuta di pelle nera lucida, cucita addosso come una seconda pelle, e sopra di essa un lungo mantello di velluto scuro che sfiorava il pavimento.
Le dita sottili, inanellate d'argento, si muovevano con una lentezza studiata, quasi ipnotica.
Un profumo dolciastro, ferroso e corrotto lo precedeva, insinuandosi tra i tavoli e soffocando ogni altro odore.
Senza dire una parola, afferrò per i capelli il corpo di Vyrsha e lo sollevò come se fosse leggero come un drappo.
Le labbra si schiusero, mostrando i canini perfetti, e li affondò nel collo della mutante.
La taverna intera restò muta, e solo il gorgoglio lento e ritmico del bere e il suono del sanguebche scorreva riempì lo spazio.Il liquido scuro colava lungo il mento del vampiro e gocciolava sul pavimento, lento, ritmico, ipnotico.
Tutta la ciurma rimase immobile.
Qualcuno abbassò lo sguardo, altri trattennero il fiato.
Alcuni vampiri, risero, urlarono di piacere e brindarono, battendo il bicchiere contro il tavolo.
Quando ebbe finito, il Capitano lasciò cadere il corpo come un pezzo di stoffa bagnata.
Si pulì il mento con un dito, poi lo passò sulle labbra, assaporando l'ultima goccia.
Il silenzio tra i membri del equipaggio era totale.
Si voltò verso Arkea,
lo sguardo tagliente come un rasoio.
«Perché hai tagliato la gola a uno dei miei marinai?»
La voce era bassa, lenta, intrisa di una calma innaturale — ma sotto vibrava una minaccia viscida, come un serpente pronto a colpire.
Arkea non si era aspettata di vederlo lì.
Il suo respiro si fece più corto, ma non abbassò lo sguardo.
«Perché aveva messo in discussione un mio ordine,» rispose. «Nessuno della ciurma può contestare ciò che dice il primo ufficiale.»
Il Capitano inclinò la testa, studiandola come si osserva un animale ferito che tenta ancora di ringhiare.
Un sorriso sottilissimo gli piegò le labbra, e la luce rossa dei suoi occhi scivolò lentamente da Arkea ai tre Marini.
«E i Marini, cosa c'entrano con questa storia?»
«Nulla,» ribatté lei. «Vyrsha cercava lo scontro con me da giorni ormai, e ha avuto ciò che meritava. Non ho più la tua fiducia, Capitano?»
Il vampiro non rispose. Inclinò la testa, studiandola come si osserva un animale ferito che tenta ancora di ringhiare.
Un sorriso sottilissimo gli piegò le labbra, e la luce rossa dei suoi occhi scivolò lentamente da Arkea ai tre Marini.
«Affascinanti…» mormorò, con voce lenta e vellutata. «Non ho mai bevuto il sangue di un figlio dell'oceano.»
Le sue mani tremarono appena all'aria, come attratte dalla presenza muscolosa di Yahon. Lo sguardo si soffermò lungo le braccia, il petto, il collo possente del comandante, e per un battito di cuore la fame e il desiderio si fusero in un unico pensiero oscuro.
«Quale mi consigli, Arkea?» chiese senza guardarla.
Lei tacque, ma sentì la tensione vibrare nell'aria, percepì lo sguardo del vampiro strisciare lungo il corpo di Yahon, ammirando la forza pura, il contorno dei muscoli, il calore invisibile della sua pelle.
Distolse lo sguardo dal comandante Marino e si avvicinò appena ad Arkea e la voce scivolò tra loro come seta nera:
«Interessante vero?…» mormorò.
Poi, con un tono basso, malizioso, intriso di desiderio guardò il resto della ciurma:
«Voglio il corpo… e il sangue… del comandante.»
Ogni parola era un soffio di brivido, un'intima carezza verbale sul corpo e sul sangue di Yahon. Arkea lo fissò, immobile, e il suo sguardo tradì una rabbia che si mescolava a una gelosia improvvisa.
Dorian si voltò appena, come se avesse avvertito il sentimento del suo primo ufficiale. La bocca gli si piegò in un mezzo sorriso, pieno di malizia, fame e promessa e guardandola negli occhi disse:
«Portatemelo vivo.»
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